Jobmetoo: il sito web che aiuta le persone con disabilità a trovare lavoro (e dignità)

Superare l’handicap del pregiudizio, dare alle persone con disabilità le opportunità che meritano. Perché no, non è vero che chi appartiene alle categorie protette non è in grado di stare al passo con i colleghi, anzi. «Noi partiamo da un presupposto: un candidato categoria protetta è equiparabile a livello di produttività a tutti gli altri candidati. Questo è il nostro punto di partenza, il nostro punto fermo». A parlare, Roberto Marazzini, Amministratore Delegato di Jobmetoo, servizio online per il job placement delle persone con disabilità.

Azienda dalla forte mission sociale, che però fa numeri, profitti, e cresce sempre di più. Un esempio italiano tutto da seguire. E una storia d’imprenditoria nata dalla disabilità e dalla voglia di riscatto.

Una scelta coraggiosa (e un po’ folle)

Daniele Regolo ha oggi 44 anni, è il fondatore di un’azienda, Jobmetoo, che ha un sito web da quasi 100mila iscritti (obiettivo da raggiungere entro giugno). Diploma di ragioneria, laurea in Scienze Politiche, dopo aver vinto un concorso pubblico, viene assunto a tempo indeterminato presso l’azienda sanitaria delle Marche, sua regione d’origine. Il suo lavoro? Stare allo sportello, a contatto con il pubblico. Ma Daniele è sordo al 99%, il che lo rende, tecnicamente, una persona sorda profonda.

«Leggevo il labiale delle persone. Per me era un inferno. Ho commesso un sacco di errori e ho capito che quel posto era sì sicuro, ma non era adatto a me», ha dichiarato qualche tempo fa. Avrebbe potuto far spallucce, tenendosi il tanto agognato posto fisso. Ma no, non era quella la strada per affermare la propria dignità.

Si licenzia e fonda un’azienda: ragione sociale Jobdisabili, indirizzo web Jobdisabili.it. Si trattava del primo sito web di recruiting in Italia dedicato specificatamente alle persone appartenenti alle categorie protette. «Il suo sogno era di creare il primo vero punto di incontro tra categorie protette e mondo dell’employment, in forma privata. Dalla sua esperienza diretta, infatti, aveva scoperto che il sistema pubblico era assolutamente insufficiente, poco preciso e poco efficace, a tutti i livelli: provinciale, regionale e statale», racconta oggi Marazzini. L’esigenza è molto sentita.

E infatti il portale fondato da Regolo raccoglie 10mila iscritti in pochissimi mesi. Da qui cominciano a manifestare il proprio interesse le aziende intenzionate a contrattualizzare lavoratori appartenenti alle categorie protette: nasce così il primo embrione dei servizi HR offerti da Jobmetoo.

Daniele Regolo - Founder Jobmetoo
Daniele Regolo – Founder Jobmetoo

«Negli ultimi due anni, l’azienda ha avuto un ottimo riscontro tra le aziende, il fatturato ha cominciato a crescere e nella compagine sociale sono entrati due grossi fondi d’investimento, uno italiano e uno francese. Anche quattro Business Angel hanno deciso di essere della partita. Il totale dei finanziamenti è arrivato già a 2 milioni di euro».

Jobmetoo dà lavoro a un team di 11 persone, impiegati soprattutto nel Recruiting e nel comparto commerciale/marketing. I lavoratori iscritti sono 94mila. L’obiettivo è di raggiungere i 100mila all’inizio di giugno:

«Siamo di fatto diventati il primo vero verticale in Italia per il job placement delle persone con disabilità, sia come riconoscimento da parte del mercato che come fatturato», spiega Marazzini.

E il percorso di Jobmetoo non si ferma qui.

«Guardiamo con interesse ad alcuni mercati europei, soprattutto Francia, Germania e Spagna. Stiamo definendo insieme agli investitori quando sarà il momento di entrarci, ma è una strategia che intendiamo perseguire».

Un’altra innovazione importante, che partirà a giugno, è l’integrazione tra formazione e delivery dei candidati:

​«Abbiamo pronto un boot camp di 12 settimane, nel settore del web development: candidati con un background economico o ingegneristico/matematico, a cui faremo un corso introduttivo ad alta intensità su front- e back-end, così come sulla gestione di database. Effettueremo poi il placement delle risorse formate presso aziende che cercando figure junior da inserire in stage».

Il modello di business: come funziona?

Il CEO dell’azienda ci spiega, quindi, nel dettaglio il modello di business di un progetto di successo come Jobmetoo. Il servizio è completamente gratuito per i candidati in cerca di lavoro. Per le aziende, invece, sono disponibili due servizi a pagamento:

«I datori di lavoro possono affidare a noi il processo completo di ricerca e selezione. In questo caso, ci occupiamo di postare la job description sul nostro portale, che conta tra le 60 e le 80mila visite ogni mese, così come su diversi altri siti di annunci. Raccogliamo quindi i profili di chi ha inviato la propria domanda e ci occupiamo di effettuare i primi colloqui. All’avvenuto successful hiring, l’azienda cliente corrisponde a Jobmetoo una percentuale della RAL del dipendente assunto. Una percentuale che si aggira intorno al 20%: parliamo quindi di un placement fee che mediamente va dai 3 ai 6mila euro».

Jobmetoo, però, sta puntando molto su una soluzione innovativa, un software che consenta la gestione autonoma del processo di recruitment da parte delle aziende, abbattendo costi e tempi:

«La soluzione che offriamo è un Saas – Software as a service – che permette alle società di accedere direttamente al portale e al nostro database. L’impresa cliente inserisce qui una serie di parametri per individuare le persone giuste, che potenzialmente andrà a inserire in organico. Facciamo l’esempio di un’azienda che cerca un commerciale su Venezia. Il cliente andrà a inserire i propri parametri di riferimento: un raggio entro cui individuare geograficamente il candidato (mettiamo: 20 chilometri dal comune di Venezia), il totale di anni di esperienza nel settore, titolo di studio e così via. L’algoritmo restituirà in questo modo una serie di candidati, tra quelli più affini alla ricerca».

L’intelligenza artificiale andrà in questo modo a sostituire il recruiter in carne e ossa, snellendo il processo e riducendo di circa la metà i costi:

​«Una soluzione estremamente conveniente, anche rispetto ai nostri servizi ‘tradizionali’. Per questo, ci aspettiamo che da qui a 5 anni, il software andrà a cannibalizzare il nostro primo prodotto».

Oltre il business: la mission sociale di Jobmetoo

Il problema del placement delle persone con disabilità nasce da un preconcetto, difficile a morire. E cioè che non siano in grado di ‘tenere il passo’, di pareggiare le performance dei propri colleghi.

«La storia di Daniele Regolo, il founder di Jobmetoo, ci dice il contrario: è l’esempio perfetto di come chi ha una disabilità possa fondare un’azienda di successo».

Ma sono tante le storie di successo quotidiano, che il blog dell’azienda raccoglie e racconta: c’è Faustino Ravenna, assunto grazie a Jobmetoo presso Aon, azienda leader del brokeraggio assicurativo; poi ancora Isabella Patruno, che ha trovato lavoro in TUV, grazie alle sue forti competenze organizzative e gestionali, coltivate sin da bambina; c’è infine Stefano Quattromani Piterà, 27 anni, laureato in Ingegneria Informatica e Biomedica che offre oggi il suo contributo a un’azienda del calibro di Maserati. Ma le storie sono tante.

​«Noi partiamo da un presupposto: un candidato categoria protetta è equiparabile a livello di produttività a tutti gli altri candidatiLa nostra mission è di comunicare alle aziende questo valore: anche nelle imprese virtuose, non sempre tutti i manager sono pronti ad accogliere nel proprio team una risorsa con disabilità. Perché? Perché non sanno cosa aspettarsi, fondamentalmente. Il nostro primo interesse è quindi di lavorare sui preconcetti, che possono essere anche molto pesanti, specie in Italia. Con le nostre storie di successo quotidiano dimostriamo che le persone con disabilità hanno spesso un livello uguale, se non superiore, a tutti gli altri in termini di produttività».

Social Impact: a che punto siamo

Sul settore del Social Impact l’attenzione cresce, così come cresce il numero di imprese che hanno una mission sociale interessante. Esistono però dei limiti allo sviluppo del modello, soprattutto di due tipi.

Il primo – e principale – riguarda l’accesso al capitale:

«Raramente un’impresa ad alto impatto sociale può sostenersi finanziariamente fin da subito: ha quindi bisogno di forti investimenti per potersi sviluppare nel medio/lungo periodo. Questo fa sì che i round di investimento durino mediamente il doppio rispetto a quelli dedicati a progetti esclusivamente for profit, che vanno comunque dai 4 ai 6 mesi. Perché l’investitore percepisce il progetto come più orientato al charity e in parte è così: più alto è l’impatto sociale di un’impresa, più sarà difficile conseguire risultati economici importanti».

Il secondo problema nasce poi dalla difficoltà di identificare chiaramente cosa sia una Impact Company:

«Un’azienda dal grande potenziale economico, ma dal ridottissimo impatto sociale è da considerarsi una classica for profit. D’altro canto, aziende ad altissimo impatto, hanno spesso possibilità di profitto zero o improbabili: in questo caso, si tratta evidentemente di progetti non profit».

È importante capire la natura della propria idea d’impresa, soprattutto per scegliere poi il tipo di investitore a cui rivolgersi. Un esempio per definire chiaramente un Impact Company è dato proprio da Jobmetoo, che ha dei risultati economici concreti, effettivi. Risultati che producono profitti per i propri azionisti. Allo stesso tempo, l’azienda ha una mission sociale forte, capace di generare un cambiamento positivo nella collettività.

​«Noi abbiamo la fortuna di operare in un settore molto florido, dove c’è ampia disponibilità di clienti e investitori, per la semplice ragione che sono tantissime le aziende che assumono. Sin dall’inizio, Jobmetoo si è concentrato su una nicchia inesplorata, che ci ha permesso di fatturare dal giorno zero. Siamo stati però anche fortunati a trovare persone che, senza badare subito ai guadagni, hanno deciso di puntare su di noi in una logica orientata al charity. Quegli stessi investitori hanno però presto realizzato che potevano aspettarsi un risultato importante, anche in termini economici».

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