“Se ho un’idea (e la condivido) posso cambiare tutto”: il crowdfunding spiegato da Anna Ruggiero

Anna Ruggiero racconta il crowdfunding

«Oltre che alle imprese, il mondo del crowdfunding è direttamente connesso al sociale, per sua stessa natura: crowdfunding vuol dire proprio far crescere una buona idea insieme alle altre persone». Raccogliere fondi è solo una ‘scusa’, il fine materiale di un percorso immateriale: sviluppare una rete di contatti, collaboratori, partner, potenziali clienti. Per far nascere e crescere quell’Economia della Felicità che è l’orizzonte ideale del non profit classico, ma anche delle attività di impresa che hanno una forte finalità sociale. Anna Ruggiero è, in questo, una specialista.

Nasce come esperta in strategie di comunicazione e marketing per grosse istituzioni finanziarie, prima di affacciarsi al mondo dei social, della comunicazione innovativa. Un percorso che la porta a interessarsi al crowdfunding, di cui diventa esperta: inizia nel 2013 per poi lanciare Crowdfunding Formazione, esperienza di formazione e training nel settore.

L’abbiamo intervistata per farci raccontare a che punto è il crowdfunding in Italia e qual è il suo (vero) scopo.

C’è l’idea (e poi l’idea condivisa): il crowdfunding e le emzioni

«Nel corso della storia abbiamo scoperto che entrare in contatto con grandi masse di persone permette di cambiare le cose. Non solo a livello personale, non solo per piccoli gruppi, ma a volte anche per territori molto vasti. Questo succede perché se ho un’idea e la condivido con gli altri, questa si amplifica, cresce e si sviluppa con il contributo di tutti».

Un percorso che aveva un senso e sviluppi positivi anche quando l’elettricità non era stata scoperta. E che con Internet, con strumenti come i social media e il crowdfunding, si amplifica a dismisura, arrivando a masse di persone impensabili fino a pochi anni fa. Quando poi dietro l’idea condivisa c’è un forte Impatto Sociale, si generano energie e sviluppi inattesi:

«Un’energia che consente alle persone di ricevere supporto, oltre ai fondi necessari, e di imprimere all’idea stessa una nuova direzione, un nuovo futuro».

​Gli esempi sono tanti e in Italia si moltiplicano sempre di più. Se restringiamo il campo di analisi al crowdfunding donation-based, pensiamo subito a realtà italiane o meridionali, come Buonacausa.org, piattaforma tutta napoletana che finora ha raccolto 2,7 milioni di euro, per 1.400 progetti finanziati. C’è poi Retedeldono.it, specializzata nel raccontare cause sociali che trovano in particolare nello sport un nuovo modo per raccogliere una community e sensibilizzarla a precise problematiche di tipo sociali.

C’è anche Meridionare, supportata dalla Fondazione Banco di Napoli, il primo “social crowdfunding” del sud Italia: la piattaforma è diventata un punto di riferimento per tante esperienze simili.

A livello nazionale, Eppela è molto attiva, sul fronte delle relazioni con Comuni e Amministrazioni Pubbliche per la riqualificazione dei territori. Globalmente, invece, anche colossi del calibro di Kickstarter e Indiegogo hanno dedicato intere sezioni alle campagne di crowdfunding ad alto impatto sociale, il primo addirittura coinvolgendo Barack Obama per intervenire fattivamente nella crisi internazionale dei migranti.

Foto Credit: https://snob.ru/profile/29514/blog/97564?v=1454918986

Ma come si attivano questi percorsi? Le parole chiave sono due: «Innanzitutto, sappiamo che, soprattutto per le piattaforme di charity, il reward principale è diventato l’emozione. Sensibilizzare l’altro, raccontargli difficoltà, sogni, speranze. In secondo luogo è importante essere trasparenti: con i soldi raccolti cosa intendo fare nel concreto? Comprerò 1, 2, 10 garze per un ospedale. Benissimo: in questo modo, il backer potenziale si sentirà invogliato a sostenere il progetto». 

Crowdfunding: gli esempi italiani

Produzionidalbasso.com è stato invece quello che ha dato voce al settore charity nel mondo del crowdfunding a livello nazionale. Una piattaforma che ha «rappresentato un po’ un’evoluzione del modello, perché qui si passa agilmente dal contesto donation a quello reward. Soprattutto, però, Produzionidalbasso ha rappresentato una novità di metodo: le pagine delle campagne attive si trasformano in una sorta di incubatori di idee. Le persone, associazioni, team che valorizzano l’idea hanno qui l’opportunità di crescere e sviluppare il progetto».

Un esempio è quello di Marotta&Cafiero, casa editrice napoletana, spostatasi da Posillipo nel quartiere di Scampia: attività economica, ma dal forte impatto sociale. Tutto parte da Rosario Esposito La Rossa, oggi cavaliere del lavoro, che a 18 anni scrive un libro sul suo quartiere “Al di là della neve”, dedicato al cugino, Antonio Landieri, disabile e vittima innocente della faida di Scampia.

Il marchio sul volume è di Marotta&Cafiero, storica casa editrice napoletana, e si aggiudica il Premio Fabrizio Romano 2007 e il Premio Giancarlo Siani 2008. Spinto da entusiasmo e impegno civile, Rosario continua nella sua attività di scrittore e lancia associazioni, iniziative di sensibilizzazione, progetti editoriali. L’obiettivo? Ridare dignità a un intero quartiere. Mossi dagli stessi sentimenti, i titolari della casa editrice decidono di regalare a Rosario il marchio, il catalogo, la biblioteca da 20mila titoli.

«Nel ricevere quest’attività, non avendo fondi alle spalle, Rosario e soci cominciano a utilizzare lo strumento del crowdfunding per far conoscere i propri autori emergenti. Con piccole campagne, che al massimo raccoglievano duemila euro, pian piano hanno creato innanzitutto una community di persone interessate. Poi hanno formato il proprio catalogo. Dal catalogo sono passati all’etichetta discografica. Hanno quindi finanziato uno spettacolo teatrale. Oggi Marotta&Cafiero è una realtà in crescita: hanno imparato a usare il crowdfunding per attività promozionali e di sviluppo sul territorio».

Tutto è nato da un semplice libro. Sta qui tutto il valore del crowdfunding, nell’attivare le persone, nell’instaurare relazioni. Attraverso delle azioni fattive, sociali o imprenditoriali, si mettono insieme delle comunità, che contribuiscono poi allo sviluppo stesso delle idee presentate. Non sono, infatti, dei semplici donatori passivi:

«Siamo passati dagli anni ’80, quando il marketing tendeva a imporre delle azioni, a volerci isolare, alla premialità del successo, alla consapevolezza che se le cose le condividiamo, le facciamo insieme, riusciamo a essere una rappresentazione reale, fattiva della cosiddetta Economia della Felicità. Mettendo insieme le idee, riusciamo a produrre un risultato estremamente positivo per il territorio. Non solo: abbiamo un effetto espansivo più che proporzionale sul piano economico».

​Senza dimenticare la valenza educativa che i progetti descritti possono avere:

«Con queste esperienze creiamo un modello sociale positivo e trasmettiamo un messaggio fondamentale: ce la puoi fare, puoi riuscire, e dove non arrivi tu, possiamo metterci insieme per raggiungere un obiettivo condiviso. E quindi il timore di non farcela, sul piano strutturale o economico, viene superato dalla creazione di interazioni comunitarie».

L’importanza dell’equity

Fin qui i temi strettamente legati al charity. E le aziende?

Qui il passaggio fondamentale è stata l’introduzione dell’equity crowdfunding anche da noi.

«Un passaggio positivo che ci ha permesso di sviluppare nuove attività, ma soprattutto che ci ha dato l’opportunità di creare una base di educazione verso il settore degli investimenti. In Italia, infatti, non abbiamo una grossa cultura finanziaria: il racconto delle campagne di raccolta fondi online ci ha invece permesso di abbandonare la terminologia estremamente tecnica, tipica del settore, e spalancare le porte all’innovazione».

L’equity ha come reward per il finanziatore l’acquisto di quote della società che va a costituirsi, con azioni od obbligazioni. Anche in questo caso, però, il profitto atteso rappresenta solo uno strumento attraverso cui ottenere benefici sociali e comunitari.

«L’innovazione qual è? Che coinvolgere la propria community aiuta ad avere un impatto sociale positivo sulle abitudini, sul costume, sullo sviluppo delle attività. Pensiamo per esempio alle aziende impegnate nella diffusione e nello sviluppo delle energie rinnovabili. Il racconto delle campagne con questi strumenti innovativi – le piattaforme di crowdfunding e i social media – ci ha permesso di immaginare i nostri territori in maniera completamente diversa, educando le persone a una mentalità positiva: investire in aziende nascenti può essere un’opportunità per tutti. Questo ha rappresentato un cambiamento epocale per il nostro Paese».

​Il crowdfunding non è quindi una sorta di bancomat; le persone che decidono di sostenere un’iniziativa, imprenditoriale o meno, non rappresentano dei numeri, e le campagne diventano in questo modo dei luoghi per raccontare idee, condividendo esperienze e sviluppi positivi. E il fenomeno comincia a dare i suoi frutti. Secondo un’indagine di Starteed, altra piattaforma italiana di crowdfunding, l’equity ha registrato in 7 mesi (maggio-dicembre 2016) un aumento considerevole nel numero di donazioni: +92%. «Tutti sviluppi che ci fanno ben sperare per il futuro», spiega Anna.

Crowdfunding: consigli per uno startupper

Fin qui, gli esempi positivi e gli sviluppi potenziali nel Paese. Ma cosa deve fare uno startupper, un neo-imprenditore che vuole accostarsi allo strumento? Sono 3, in questo senso, le strategie da ‘rubare’.

Lanciati

Il primo consiglio di Anna è molto semplice, anche se può sembrare controintuitivo: buttarsi.

«Consiglio di attivare le campagne di crowdfunding anche prima di costituire la società. Attraverso questo strumento infatti, l’imprenditore può testare l’effettiva validità di un’idea, il suo appeal. Un market test per coordinare le attività e capire qual è il percorso da seguire. Anche perché i costi sono decisamente bassi e consentono di evitare forti investimenti di apertura di società, se queste non dovessero rivelarsi convincenti».

Il crowdfunding diventa, in quest’ottica, un’eccellente possibilità di analizzare il mercato, di fare un test. Se l’idea piace alla propria community di riferimento, che si dimostra pronta a investire tempo, denaro, attenzione, vuol dire che il prodotto/servizio proposto ha effettivamente possibilità di successo: «La mia idea può essere la migliore di questo mondo, ma non essere ben raccontata, oppure non rispondere, in questo momento, a un’esigenza concreta delle persone».

Non solo. Il crowdfunding si trasforma in un vero e proprio strumento di marketing a disposizione degli startupper: «Spesso dimentichiamo che il problema delle aziende nascenti non è tanto trovare i soldi per aprire l’attività, quanto di mantenerla attiva, individuare i primi clienti e fidelizzarli. Attraverso il crowdfunding, si ha la possibilità di testare la capacità di attivare i clienti, i consumatori, i collaboratori. È un modo per rendersi conto che innanzitutto è necessario intessere relazioni».

Rispondi a un’esigenza (ed emoziona)

Ogni attività di impresa, collegata o no a una campagna di crowdfunding, ha spesso molte affinità con il lavoro parsimonioso e paziente dell’agricoltore. «Dobbiamo imparare a seminare, ad attendere il raccolto. Con il crowdfunding non possiamo sperare che il primo ‘raccolto’ sia necessariamente eccellente. Il successo, qui nasce da un insieme di strategie ottimali, certo: ma anche da una grande pazienza». Imparare quindi ad aspettare le esigenze delle persone, gli sviluppi di un trend, che una community di interessi cresca e si rinforzi intorno a noi.

Noi, la nostra attività, la nostra campagna, esistiamo se siamo parte della vita delle persone e se rispondiamo alle loro esigenze. «Un’impresa, startup o no, vive – da sempre – se risponde a un’esigenza. E se ci sono persone che hanno il piacere di viverla». Ritorna, qui, il concetto di emozione, di piacere da trasmettere, non solo di valore economico.

Un esempio? Kiton, sartoria e casa di alta moda del napoletano, fondata nel 1968: «Oggi è una realtà meravigliosa, ma il successo non arriva senza difficoltà: il fondatore, Ciro Paone, è stato l’unico che, mentre tutti i sarti ‘tradizionali’ chiudevano, ha scelto di continuare a investire in una città complicata come la nostra. E lo ha fatto rifiutando di adoperare le macchine. Perché? Perché conosceva le persone che acquistavano i suoi prodotti e ragionandoci su, diceva: “Le persone a cui io rispondo amano avere un vestito la cui stoffa sia una carezza sulla pelle”. E quindi ha continuato a credere in quelle persone, a rispondere a quelle necessità».

Sii autentico

Il terzo consiglio è di non inseguire a tutti i costi i modelli americani. In Italia, in particolare a Napoli, nel Meridione, abbiamo gusti, modelli, società molto diversi. Abbiamo necessità di ascoltare e imparare da coloro che ci circondano.

«Un esempio? Noi adoperiamo i social in maniera completamente diversa da come fanno negli USA. Il nostro approccio somiglia di più al chiacchiericcio, alle conversazioni in strada, un po’ allo spettegolare se vogliamo. Questo significa che non si può affidare la campagna di comunicazione completamente a un social media manager. Ci devi essere tu: è la personalizzazione che vince. Il racconto che colpisce le persone sei tu, è la tua esperienza. Allo stesso tempo, però, non bisogna improvvisarsi».

​Come nel crowdfunding, anche sui social dobbiamo imparare ad ascoltare le nostre comunità, a considerare il piacere di raccontarsi come un’opportunità per stare insieme. «La sfida fondamentale è rendersi conto che dietro un account c’è sempre una persona».

We Start: insieme per ripartire

Nell’ottica della comunità di intenti, di valori, We Start è un esempio perfetto, secondo Anna. A cominciare dal nome: «We, Noi: insieme possiamo farcela a cominciare un nuovo percorso, ad attivare energie, a costruire realtà importanti. Sempre di più può diventare quindi un’occasione per avere delle opinioni positive sul territorio e far venir fuori il bello dell’innovazione operata qui: un’educazione alla speranza. Pensa che io manderei le vostre attività in loop nei video sulla linea 1 della Metro!».

​Un’esperienza positiva soprattutto per due ragioni. Perché gli startupper che vi partecipano non affrontano un percorso chiuso in se stesso, ma si aprono a interazioni, contaminazioni, nuove relazioni con gli altri, esperti e non. In secondo luogo, We Start «è riuscita a mettere insieme delle competenze eccezionali, che possono davvero offrire un supporto formativo a chi ha un’idea e vuole svilupparla».

Ultima valenza positiva: il Challenge diventa il «racconto positivo di esperienze che, nel tempo, riescono a produrre risultati concreti. Il valore di trasmettere questo modello positivo è inestimabile: molto di più di mille azioni di riqualificazione».

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