“Offrire l’opportunità che io non ho avuto”: Antonio Ricciardi ci racconta la nascita di We Start

«Una chiacchierata tra amici in piena estate 2015: ci chiedevamo quale fosse stato il contributo dell’università nelle nostre vite professionali». Nasce così, con una chiacchierata, il progetto We Start, primo percorso di incubazione per startup di Social impact, in Campania. Come accade spesso a startup e progetti innovativi, anche questo progetto nasce da un’esigenza personale, da una difficoltà incontrata lungo il proprio percorso.

«Conclusi gli studi, non ci era chiaro come collocarci nel mondo del lavoro. Come potevamo utilizzare le conoscenze teoriche accumulate per anni nella nostra vita professionale presente e futura?».

Per provare a dare una risposta, Antonio Ricciardi, giovane ingegnere napoletano, insieme a un gruppo di amici e professionisti, ha lanciato il progetto We Start. L’obiettivo è di promuovere attività imprenditoriali a elevato impatto sociale, che operano quindi in ottica di sostenibilità sociale e ambientale.

Per il terzo anno consecutivo, We Start è collegato a un Challenge in cui si premiano le migliori idee per startup nel settore, a cui è offerto un percorso di incubazione, sviluppo, mentoring e formazione (clicca qui per partecipare alla call).

Un progetto per cambiare

Ha 31 anni, Antonio. Cresciuto a San Sebastiano al Vesuvio, piccolo comune di circa 10mila abitanti in provincia di Napoli. Una laurea specialistica in Ingegneria delle Telecomunicazioni (2010) alla Federico II e un’esperienza internazionale da far invidia a colleghi più navigati: Londra, Milano, San Paolo in Brasile. Ma il richiamo della città in cui è nato è troppo forte. Oggi è responsabile dell’ufficio di fatturazione di una utility campana. E, soprattutto, è coinvolto attivamente in We Start.

Un progetto che ama. Lo capisci da come ne parla, dall’entusiasmo che leggi nei suoi occhi.

«We Start mi dà emozioni, stimoli, energia. Sono convinto che ognuno di noi può dare il suo contributo per migliorare lo status quo. Nel mio piccolo, ho scelto di farlo impegnandomi in questo progetto».

Antonio si occupa delle scelte strategiche e della gestione operativa del percorso di incubazione. Cura i contatti con i main partner di We Start e con i team selezionati per il Challenge. Organizza il programma degli eventi, sceglie i tutor. E ogni martedì, insieme al resto del team, tiene una call che arriva a durare 3 ore.

Perché lo fa? Per passione. Perché la vita non è solo un ciclo continuo di produzione e consumo. C’è bisogno di altro per vivere davvero.

«La parola che racchiude il mio percorso in We Start è emotività. Non sarei in grado di vivere la mia vita con il solo fine di lavorare per guadagnare e sopravvivere: una motivazione che mi ha spinto da sempre a cercare qualcosa di più».

Si lancia in We Start quindi per dare l’opportunità agli altri di emergere, senza dover passare dallo spaesamento iniziale che coglie chiunque abbia finito un percorso di studi e non sappia come mettere in pratica conoscenze e competenze acquisite:

«L’idea nasce dalla voglia di colmare un gap tra il mondo universitario e quello del lavoro, rendendo più concreto quanto appreso. Avvicinare i giovani alle dinamiche professionali e sensibilizzarli sui temi di social impact, fargli provare cosa significa fare l’imprenditore e ricoprire un ruolo di responsabilità all’interno di un’impresa. In sintesi, scegliere con maggiore consapevolezza il proprio futuro».

Insieme ai suoi compagni di viaggio, sceglie il nome We Start per dare l’idea di un inizio vero, che non tenga conto tanto delle difficoltà, ma delle opportunità:

«Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il …. Cominciare! Troppo spesso al Sud ci si lamenta di quello che non funziona. Nel caso delle startup leggiamo spesso di grandi idee e innovazioni, ma al contempo della mancanza di un ecosistema che avvicini le nuove imprese agli investitori privati».

We Start Challenge

We Start: gli obiettivi

Come abbiamo accennato in apertura, l’idea è nata dalla volontà di alcuni giovani professionisti napoletani di offrire un’opportunità concreta a tanti che, esaurito il percorso formativo universitario, non riescono a trovare la propria strada nel mondo del lavoro.

«Nasco da una famiglia semplice e di sani principi», racconta Antonio. «Ma l’educazione che ho ricevuto ha lasciato poco spazio alla mia voglia di sognare e le mie passioni sono state poco assecondate. L’idea di We Start è di poter ai giovani un’opportunità che io non ho avuto. E ci proviamo stimolando e valorizzando le loro predisposizioni naturali, dando supporto a chi ha voglia di mettersi in gioco. Proviamo a dare a chi ne ha bisogno gli strumenti per migliorare la propria fiducia in se stessi e nei propri mezzi».

Con questi obiettivi, nasce We Start, connubio tra l’associazione Impact, della quale Antonio è vice presidente, e Rotaract Zona Partenopea. Dal progetto nasce l’idea per una call di idee per soluzioni innovative a elevato impatto sociale:

«We Start Challenge è la nostra principale iniziativa rivolta all’ecosistema delle startup, dei giovani imprenditori. Incentrato sul tema del Social Impact, il programma supporta ogni anno un numero selezionato di giovani imprenditori con un’idea ad impatto sociale. Durante il percorso, gli innovatori possono sviluppare il proprio modello di business ed entrano in contatto con un network nutrito di professionisti ed investitori».

We Start Challenge 2, presentazione delle startup finaliste

Mai arrendersi

We Start cresce, si consolida, continua ad attirare l’attenzione del mondo startup e del Social Impact. E Antonio cresce, insieme al progetto e ai tanti che contribuiscono allo sviluppo di quest sogno.

La stanchezza, malgrado i tanti impegni, ancora non si fa sentire: «Per ora mi porto a casa tanta energia positiva e voglia di fare sempre meglio per il futuro».

Con un episodio, trasmette la filosofia e la motivazione con cui affronta il lavoro quotidiano per We Start:

«Eravamo all’inizio della prima edizione e non eravamo per nulla conosciuti nell’ambiente. Ricordo che ero alle prese con la scelta degli speaker per uno degli eventi pubblici. Ho pensato in grande, ad una delle persone più influenti al sud Italia nel mondo delle startup: Amedeo Giurazza, ceo di Vertis SGR. Ma non avevo alcun contatto per raggiungerlo: ho provato a cercare su internet, ma senza risultati. Mi sono impegnato a lungo, perché volevo che ci fosse lui. Dopo aver scaricato l’ennesima sua presentazione, finalmente una svolta: nell’ultima slide c’era anche il suo indirizzo mail. Per scrivere la mail che gli ho inviato ho impiegato circa 2 settimane. Scelgo infine di inviarla a un orario strategico alle 7.35 di mattina. Inaspettatamente alle ore 8.34 ricevo la seguente risposta “Grazie per l’invito. Verrò molto volentieri”. È stata una gran bella soddisfazione. Da qui ho imparato che non bisogna arrendersi mai se si crede davvero in qualcosa».

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