Impact Investing Lab: quando l’investimento non è solo for profit

Francesca Casalini coordinatrice Impact Investing Lab

«L’Impact Investing ha lo scopo di migliorare vita e servizi della collettività nel suo complesso, non solo per le fasce più deboli della popolazione. E nel farlo, le imprese coinvolte, mantengono anche la propria sostenibilità economica e finanziaria, a differenza di quanto succede con la filantropia pura».

La definizione è di Francesca Casalini, coordinatrice di Impact Investing Lab, laboratorio di ricerca applicata che nasce all’interno di SDA Bocconi School of Management. Per un lungo periodo, l’economia e la società contemporanee hanno assistito a una sorta di contrapposizione tra Stato e Mercato. Se il primo aveva come core la generazione di un impatto sociale positivo, le aziende private avevano il proprio focus nella massimizzazione dei profitti.

Questa dicotomia, però, sta venendo meno. Gli attori pubblici e privati sono sempre più interconnessi e il Pubblico ha perso il proprio monopolio nella fornitura di servizi a elevato valore sociale. Nascono dunque modelli di business innovativi, dove la finalità del conseguimento del profitto si coniuga a un impatto sociale diffuso.

Un cambiamento venuto a crearsi per due ragioni principali. L’instabilità economica degli ultimi anni ha, innanzitutto, portato i governi a tagliare continuamente il proprio budget sociale. D’altro canto, abbiamo visto affermarsi una classe media impoverita, che ha espresso una domanda di servizi spesso inascoltata da parte del pubblico.

È venuto quindi a crearsi un gap tra le aspettative della collettività e i servizi erogati dallo Stato, in ambiti diversi: educazione, sanità, welfare, cura della terza età, social housing. È qui che va a inserirsi l’Impact Investing , stimolando la creazione di imprese ad alto impatto sociale.

Impact Investing: i numeri

Anche se siamo ancora in una fase embrionale, l’interesse degli investitori cresce. In una ricerca effettuata da JP Morgan e GIIN (Global Impact Investing Network), che ha raccolto i dati di 209 fondi di investimento Impact tra dicembre 2016 e febbraio 2017, scopriamo che le risorse stanziate nel 2016 sono arrivate a 22,1 miliardi di dollari, con quasi 8.000 deal (nel 2015 i fondi interessati erano 158, con un investimento globale pari a 15, 2 miliardi). Per il 2017, gli investitori contattati dai ricercatori prevedono maggiori collocazioni di fondi pari al +17%, per un totale di 25,9 miliardi.

Abbiamo contattato la dottoressa Casalini per farci raccontare l’esperienza del Lab e più in generale per confrontarci sul tema dell’Impact Investing.

Social Impact: i dati sugli investimenti

Qual è l’obiettivo finale dell’Impact Investing?

«Quando pensiamo al non profit, immaginiamo subito attività rivolte alle fasce più deboli della popolazione, che spesso sono già tutelate dal settore pubblico. Quello che manca – e qui l’Impact Investing interviene a colmare il gap – sono gli investimenti rivolti alla Middle Class, ai nuovi poveri: giovani lavoratori, giovani famiglie che si trasferiscono rispetto al luogo di nascita, lavoratori fuori sede, anziani con la pensione minima. C’è una fascia di popolazione che esprime una domanda di servizi che il settore pubblico non è in grado di soddisfare».

Da questo gap nascono quindi nuovi modelli di business.

«Esatto. L’idea è quella di coniugare la finalità sociale con modelli di impresa in grado di reggersi sulle proprie gambe, senza accedere a capitali filantropici. Le nuove imprese che perseguono l’innovazione sociale combinano la sostenibilità economico/finanziaria tipica delle aziende for profit e un impatto positivo addizionale rispetto alle imprese tradizionali».

In che modo ci riescono?

«Facciamo un esempio. Un calzaturificio classico ha comunque un impatto sociale: genera prodotto interno lordo e occupazione. Un’impresa che opera nel settore socio-sanitario, ovviamente, per il tipo di value proposition che offre ai propri clienti genera anche un impatto sociale addizionale: sono il settore d’appartenenza e il target a cui si rivolge a definire tale impatto addizionale. Per fare un esempio reale, possiamo citare il caso di Jobmetoo, startup italiana creata nel 2012, che offre un servizio di placement lavorativo per persone con disabilità. Il forte impatto sociale dell’azienda è insito nella mission, eppure mantiene un modello di business completamente scalabile, nascendo quindi per generare profitto».

In che modo il Lab di cui è coordinatrice stimola l’affermazione di questi nuovi modelli aziendali?

«L’Impact Investing Lab nasce all’interna di SDA Bocconi School of Management, dove viene erogata formazione e ricerca applicata. Non quindi una ricerca accademica classica, ma un lavoro che si traduca in soluzioni operative per gli attori del mercato, pubblici o privati. Il Lab nasce nel 2013, grazie al supporto e in cooperazione con Oltre Venture, fondo italiano di Impact Investing italiano, pioniere del settore. L’idea era quindi di far leva sull’esperienza di Oltre da un lato, dall’altro sulle competenze trasversali di SDA Bocconi. L’obiettivo è di analizzare la nascita del mercato – che in questo momento è ancora in fase embrionale – e studiare diverse possibilità per generare opportunità di business nel settore».

A chi si rivolge il Lab?

«Innanzitutto agli investitori. Con la nostra attività proviamo a stimolare la loro attenzione, affinché siano in grado di intercettare attraverso le loro leve finanziarie questo nuovo modello imprenditoriale. D’altro canto puntiamo agli imprenditori, o aspiranti tali, che possono essere attratti da questo tipo di approccio. Ci rivolgiamo infine ai policy maker, che hanno un ruolo importante nel favorire lo sviluppo del mercato».

Francesca Casalini coordinatrice Impact Investing Lav

Ci racconti l’esperienza di Oltre Venture.

«Oltre è il primo fondo di Impact Investing italiano, uno dei primi in Europa. È nato da un’idea di Luciano Balbo, un importante investitore di private equity già dal 1983 e fondatore di BS Private Equity nell’88 e Magenta Investimenti nel 2000. Forte di questa attività, ha deciso nel 2006 di fondare Oltre Venture. Addirittura un anno prima che lo stesso termine “Impact Investing” fosse coniato. Si trattava di un piccolo fondo, 7,5 milioni di euro, e aveva una logica prettamente sperimentale. L’obiettivo dei primi investitori era infatti semplicemente il ritorno del capitale. Malgrado ciò, grazie a Oltre sono state create 3 imprese abbastanza consolidate, tre modelli di successo e profittevoli».

Quali sono le aspettative degli investitori nell’Impact Investing?

«Le regole della finanza ci insegnano che il ritorno sull’investimento dovrebbe essere sempre calmierato rispetto al livello di rischio. Se investo nel Centro Medico Sant’Agostino, per esempio, che offre servizi ambulatoriali di buona qualità a prezzo accessibile, mi aspetto un ritorno minore rispetto a una startup hi-tech ad alta innovazione. Ci sono però, secondo me, buone prospettive.

Soprattutto considerando i dati di Invest Europe, associazione europea del Private Equity e Venture Capital, sull’IRR (Tasso Interno di Rendimento): il segmento Venture ha visto in Europa un ritorno medio molto basso negli ultimi 10 anni, intorno allo 0,8%. L’Impact Investing potrebbe risultare appetibile, dal momento che potrebbe assicurare un IRR del 3-5%, come si attende il Social Impact Accelerator del Fondo Europeo per gli Investimenti. Forse più basso, ma più stabile e meno rischioso del rendimento atteso per investimenti sulle tecnologie. È però prematuro fare un discorso di questo tipo, perché i dati a disposizione sono limitati».

In quali settori l’Impact Investing insiste di più?

«Anche qui ci basiamo su un’esperienza parziale, in embrione. Possono esserci opportunità di business interessanti nei servizi alla comunità: education, trasporti, ambiente, riqualificazione energetica. In Italia potremmo assistere allo sviluppo del social housing, ma anche e soprattutto delle soluzioni innovative per l’agricoltura: preservazione del territorio, riduzione dello spopolamento delle campagne, attrazione dei giovani verso il settore e così via».

Impact Investing: dati divisi per settore
Asset Allocation di 203 investitori Social Impact nel 2016. Fonte: Annual Impact Investor Survey – GIIN/Jp Morgan – Settima Edizione, Anno 2017
Planned allocation IMpact Investing 2017
Asset Allocation attesa per il 2017 di 203 investitori Social Impact. Fonte: Annual Impact Investor Survey – GIIN/Jp Morgan – Settima Edizione, Anno 2017

Cosa manca per l’affermazione definitiva dell’impact investing?

«I policy maker dovrebbero fare di più e meglio, anche perché è nel loro core che si sviluppino modelli di business che puntino al benessere della collettività. Potrebbero intervenire per supportare la nascita di nuove iniziative imprenditoriali, sia stimolando le business school, le Università, gli incubatori e le associazioni di categoria a lanciare iniziative dedicate, che con programmi pubblici finanziamento ad hoc per le startup a impatto sociale. Potrebbero infine supportare l’offerta di capitali privati, stimolando la partecipazione di investitori nel mercato attraverso programmi di (social) venture capital pubblico-privato».

Cosa pensa dell’esperienza di We Start?

«Sono molto contenta della nascita e degli sviluppi di WeStart: sia perché vedo che sta mantenendo una buona continuità, sia perché è nata su un nostro stimolo indiretto. Nel 2015 ho lavorato molto con Cosimo Calcagno, co-fondatore dell’iniziativa, e siccome il nostro Lab ha la finalità di stimolare gli operatori di mercato in questo senso, questo per noi è un risultato importante. Anche perché We Start nasce in un territorio che ha sicuramente bisogno di attrarre e trattenere i giovani migliori, sia per stimolare lo sviluppo economico che per contribuire al bene della collettività. Credo quindi che sia un’iniziativa di grande rilievo».

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