Social Innovation: idee nuove per migliorare la vita di tutti. A che punto siamo in Italia

L’innovazione non riguarda solo prodotti e servizi. Né esclusivamente l’avanzamento tecnologico e scientifico. Sempre di più si sta diffondendo un nuovo modello, chiamato Social Innovation, che ha l’obiettivo di produrre miglioramento nelle condizioni di vita, ambientali, di lavoro delle persone, su vasta scala. Può riguardare gli ambiti più disparati: dalla formazione all’integrazione di immigrati e persone svantaggiate; dalle soluzioni per i portatori di handicap alla mobilità sostenibile.

Non va però confusa con il modello “classico” delle organizzazioni non governative o con lo Stato sociale: la Social Innovation individua soluzioni nuove (innovative, appunto) per prendere di petto le sfide e le questioni sociali che sempre di più riguardano una fascia crescente della popolazione mondiale. Soprattutto, il modello della Social Innovation si distingue per la sua componente strutturale: non si limita a progetti di corto raggio, ma si pone obiettivi di lungo periodo.

Vediamo nel dettaglio alcune definizioni per chiarirci meglio le idee, capire a che punto siamo in Italia e vedere insieme alcune best practice messe in campo nel nostro Paese.

Social Innovation: definizione/i

Una prima definizione viene offerta da Frank Moulaert, professore di Spatial Planning, presso la Facoltà di Architettura dell’Università Cattolica di Leuven. Moulaert è un esperto di Social Innovation nell’ambito della pianificazione territoriale e del design urbano, autore di volumi e studi sull’argomento (in Italia è stato tradotto il suo “Rigenerare la Città. Pratiche di innovazione sociale nelle città europee”):

«L’Innovazione Sociale», ha scritto Moulaert, «prevede azioni, strategie, pratiche e processi attuati quando i problemi di povertà, esclusione, segregazione e deprivazione o le opportunità di miglioramento delle condizioni di vita non riescono a trovare soluzioni soddisfacenti nel campo “istituzionalizzato” del Pubblico o nell’azione Private».

Di fronte alle sfide del nostro tempo, disuguaglianza sociale ed economica, modelli di sviluppo non più sostenibili, cambiamenti climatici, le vecchie soluzioni potrebbero non bastare più. È qui che interviene la Social Innovation, l’innovazione applicata alla quotidianità della nostra società, che può riguardare iniziative sia no profit che for profit.

Nel volume, “L’Innovazione Sociale delle Imprese Leader per Creare Valore Sociale”, terzo report sul tema realizzato da LUISS Business School, la Fondazione ItaliaCamp e il CERIIS (International Center for Research on Social Innovation), a cura di Matteo Caroli, vengono aggiunti ulteriori tasselli alla definizione. Uno, in particolare, riguarda la sostenibilità dei progetti di Corporate Social Innovation, l’innovazione sociale messa in atto da soggetti for profit, nel medio/lungo periodo:

«Per essere considerate realmente un’innovazione sociale, [le] soluzioni devono avere un impatto strutturale».

Hanno quindi la caratteristica di essere: rilevanti, affrontando un problema di dimensioni importanti; diffuse, riguardo l’ampiezza del pubblico di beneficiari; ma soprattutto devono essere “di lungo termine”.

Come si ottiene questo tipo di risultato? Attraverso la capacità di generazione di «una adeguata “forza economica”». In assenza di essa, “il progetto o l’attività in questione è una “buona pratica”, certamente positiva nello specifico ambito ove è attuato, ma non in grado di rappresentare una innovazione di carattere sufficientemente generale”.

​Nel volume, l’Innovazione Sociale Corporate viene quindi schematizzata in 4 componenti fondamentali:

Gli ambiti di azione

​Per sua stessa natura l’Innovazione, anche quella Sociale, non può essere ristretta a precisi ambiti d’azione. Nel volume citato si fa però riferimento ad alcuni settori d’interesse che i ricercatori hanno individuato per restringere il proprio campo di analisi.

I progetti di Social Innovation sono stati implementati principalmente nelle categorie di:

  • Assistenza sociale (Housing sociale, Assistenza a persone svantaggiate, Assistenza agli anziani)
  • Integrazione sociale (Immigrati, portatori di handicap, persone in posizione di svantaggio)
  • Formazione, inserimento e sviluppo professionale
  • Miglioramento dell’ambiente naturale (Uso ottimale delle risorse naturali, Riduzione degli sprechi di cibo e acqua, Riutilizzo dei beni, Risparmio energetico, Riduzione degli scarti)
  • Sostegno alla persona nella sua vita personale/professionale
  • Assistenza sanitaria
  • Valorizzazione dei beni culturali e sviluppo culturale
  • Turismo sostenibile
  • Riqualificazione urbana e rivitalizzazione delle comunità periferiche
  • Mobilità sostenibile
  • Coworking & Smartworking
  • Crowdfunding & Microcredito

​Anche provando a restringere il campo di analisi, dunque, risulta difficile individuare un raggio d’azione delimitato per l’Innovazione Sociale, riguardando essenzialmente qualunque tipo di sviluppo/azione umana.

Social Innovation in Italia: il punto

In Italia, i ricercatori della LUISS Business School hanno mappato 578 casi di Innovazione Sociale su tutto il territorio nazionale. In particolare, è emerso che nel nostro Paese sono 4 gli ambiti di applicazione più comuni:

  • Integrazione sociale: riguarda il 16% dei progetti analizzati
  • Assistenza sociale: 13%
  • Formazione: 11%
  • Miglioramento ambientale: 11%

​Insieme i 4 ambiti rappresentano più del 51% del campione. Nel volume, sono presenti ulteriori approfondimenti riguardo la composizione delle 4 macro-categorie elencate, nonché il tipo di innovazione attuata (se relazionale o tecnologica).

La Social Innovation in Italia

L’indagine analizza poi il tipo di attori coinvolti nelle iniziative di Social Innovation. La suddivisione è in quattro categorie distinte: ci sono le NPO (Organizzazioni no Profit), distinte dalle PO (Profit), dai soggetti pubblici (PUB) e dai COM, che i ricercatori indicano come “individui individuati nella comunità”.

Sono le NPO a guidare la Social Innovation in Italia: il 53% delle iniziative nel campione appartengono a questa categoria. Seguono le iniziative for profit (33%), i COM (12%) e i PUB (2%). Più dei numeri grezzi, però, risulta interessante l’analisi del trend. Rispetto all’anno precedente, si registra un forte incremento di interesse da parte delle organizzazioni profit, con un calo in termini percentuali delle NPO. Queste ultime infatti, valevano il 58% nell’analisi riferita al 2015. I soggetti PO invece hanno visto incrementare la propria ‘fetta’ di 9 punti percentuali: dal 24 al 33%.

Si tratta, sottolineano gli analisti, di un “cambiamento di scenario”, dovuto probabilmente “al crescente interesse anche da parte del mondo profit verso le tematiche sociali spinte dal contesto di mercato e statale. Vi è sempre più attenzione all’innovazione sociale da parte di tutta la collettività ed anche lo Stato, facendosi promotore di questo tipo di iniziative aiuta lo sviluppo di questa branca dell’economia incentivando alla creazione di start-up e imprese”.

Con un’indagine esplorativa, Riccardo Maiolini ha poi provato a individuare l’entità dei finanziamenti destinati all’innovazione sociale nel corso del 2016.

In quei 12 mesi, sono stati stanziati 97,8 milioni di euro, per un totale di 34 bandi. Anche qui è stata effettuata un’analisi dei soggetti erogatori, in base alla provenienza: la grande maggioranza dei fondi è stata stanziata dai soggetti pubblici (il 77% delle somme complessive), anche se attraverso un numero di bandi minore (8 contro 19) rispetto alle Fondazioni. Queste ultime hanno invece finanziato il 22% delle erogazioni. Fanalino di coda i Privati, con 7 bandi che hanno stanziato l’1% delle risorse totali.

I valori reali potrebbero essere sottostimati (trattandosi di un’indagine esplorativa), ma anche qui è interessante valutare il trend. Rispetto al 2015, il numero dei Bandi è cresciuto del 55% e il totale delle risorse stanziate ha visto un incremento del 380%.

La Social Innovation “paga”

Il luogo comune vuole che i progetti imprenditoriali che hanno come core l’innovazione sociale siano in qualche modo “penalizzati” dagli investitori istituzionali. Una ricerca smentisce tale percezione. L’indagine è stata eseguita dal Social Innovation Monitor, istituzione nata di recente nell’ambito del Politecnico di Torino guidata dai professori Alessandra Colombelli e Paolo Landoni. Con il supporto di Italia Startup, Cariplo Factory, Compagnia di San Paolo, Impact Hub Milano, Make a Cube3, SocialFare e Social Innovation Teams, il Monitor ha realizzato il primo “Report sull’impatto sociale degli incubatori e acceleratori Italiani 2017”.

Innanzitutto emerge un dato importante: il 50% degli incubatori italiani coinvolti nell’indagine (campione di 32 incubatori con 382 startup in portfolio) dichiara di supportare almeno una startup a forte impatto sociale. Per l’altra metà, il “rifiuto” a incubare organizzazioni a significativo impatto sociale solo in minima parte è conseguenza di aspettative minori in termini di ritorno sull’investimento, come dimostra questo grafico:

Startup Social Innovation: le ragioni del no degli incubatori

Interessante la nota a commento del grafico:

«Più di due terzi dei business incubator – scrivono i ricercatori – hanno dichiarato che nessuna organizzazione a significativo impatto sociale ha presentato loro richiesta di incubazione oppure esse non avevano i requisiti minimi per essere accettate».

È la mancanza di progetti a frenare l’incubazione di startup nell’ambito della social innovation, non una sorta di pregiudizio negativo nei loro confronti. A prescindere dalle cause, resta significativo il divario: negli incubatori selezionati, sono 91 le startup “tradizionali”, mentre sono appena 35 quelle a forte impatto sociale.

Buoni invece i dati in termini di fatturato e dipendenti:

Startup Social Innovation: fatturato e dipendenti

Best practice

Fin qui il quadro generale, ma quali sono i progetti di Social Innovation in Italia? La lista è chiaramente molto lunga e non abbiamo la pretesa dell’esaustività.

Procedendo a spanne, quindi, citiamo il progetto Quid, startup profit, ma dall’evidente Impatto Sociale. Quid è un marchio di moda che recupera i materiali di fine serie, destinati allo scarto, riconvertendoli in capi di abbigliamento Made in Italy, a elevata qualità.

Non solo. L’azienda impiega donne “con un passato di fragilità”, leggiamo sul sito del progetto. Quid nasce “dalla volontà di sperimentare il reinserimento lavorativo di donne in difficoltà attraverso il loro impiego in attività produttive che rispondono alle logiche del mercato e che allo stesso tempo stimolano una partecipazione attiva alla bellezza e alla creatività”.

Sul versante delle Istituzioni Pubbliche sono di sicuro interesse due progetti come Open Demanio e Torino Social Innovation. Nel primo caso siamo di fronte a uno strumento utile per mappare il patrimonio immobiliare pubblico gestito dall’Agenzia del Demanio. Una mappatura che ha l’obiettivo di invogliare semplici cittadini, associazioni, Enti Territoriali e imprenditori a “diventare promotori di progetti di investimento, recupero e riuso”.

Torino Social Innovation è invece un programma ideato e realizzato dalla Città di Torino “per sostenere la nascita di imprese in grado di rispondere a bisogni sociali emergenti”. Dall’educazione al lavoro, dalla mobilità alla salute alla qualità della vita, TSI prova a trasformare le idee di Innovazione Sociale in servizi, prodotti e soluzioni concrete che abbiano allo stesso tempo “valore economico e valore sociale per il territorio e la comunità”.

Sul fronte del no profit puro possiamo ricordare la missione della Fondazione Comunità San Gennaro, Onlus fondata da don Antonio Loffredo che crea opportunità di lavoro e di vita per i giovani del Rione Sanità a Napoli, realtà difficile ma ricca di potenzialità. Si tratta di una rete dal basso che coinvolge negozianti, istituzioni e ong, “con l’obiettivo di tutelare e valorizzare il patrimonio storico e artistico del quartiere, fornendo assistenza a giovani e famiglie in difficoltà”.

Good News

Due notizie degli ultimi mesi ci fanno essere cautamente ottimisti sullo sviluppo della Social Innovation in Italia. Innanzitutto, un primo interessamento pubblico.

A dicembre 2017, è arrivato il sì definitivo del Senato alla Legge di Bilancio 2018. Al suo interno è stata prevista l’istituzione del Fondo per l’Innovazione Sociale. Fondo che ha come scopo “l’effettuazione di studi di fattibilità e lo sviluppo di capacità delle pubbliche amministrazioni sulla base dei risultati conseguibili”. Per il 2018 al Fondo sono destinati 5 milioni di euro; 10 per il 2019 e il 2020.

La seconda buona notizia riguarda l’arrivo nel nostro Paese di Nesta, spin-off dell’organizzazione britannica operante nel settore del digitale e della social innovation da circa 20 anni. La Fondazione è operativa grazie a un fondo di 100mila euro della casa madre londinese e a 400mila euro l’anno per i primi 3 anni stanziati da Fondazione Compagnia di San Paolo.

Nesta Italia opererà principalmente su 4 fronti: Istruzione, Arte e patrimonio culturale, Flussi migratori, Salute e invecchiamento della popolazione.

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