Open Innovation: quando e come l’innovazione è ‘aperta’?

Che cos'è l'Open Innovation

Oggi immaginiamo l’innovazione come un processo legato in qualche modo all’apertura. Alle contaminazioni di idee, alle relazioni, alle novità di mercato e dal mondo della ricerca. C’è stato però un periodo storico, molto lungo e florido, in cui l’innovazione era considerata un circuito ‘chiuso’: le grosse aziende si facevano carico di costi, personale, attrezzature per portare più in fretta possibile le nuove idee sul mercato, guadagnandone un profitto. Già da diversi anni il modello ha però dimostrato tutti i propri limiti. E oggi l’Open Innovation si impone come strategia dominante per tutte le grandi aziende.

Ecco come nasce questa idea nuova di innovazione, provando a definirne l’excursus storico.

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Un gap tra mondo accademico e industria: tante, troppe volte ne sentiamo parlare riguardo l’Italia. In questo senso, gli Stati Uniti sono spesso presi come modello virtuoso, dove invece le aziende ‘rubano’ i migliori talenti dalle università. Ma è stato sempre così? Non necessariamente. Il concetto di Open Innovation è stato coniato da Henry Chesbrough, ricercatore ed economista americano, che nella sua carriera ha avuto modo di lavorare sia per l’impresa privata che per gli atenei.

Negli anni ’80 e ’90 Chesbrough è vice presidente per un’azienda in Silicon Valley, Plus Development Corporation. Si occupa di marketing e di modelli di sviluppo.

«Quando lavoravo lì, me lo ricordo vividamente, mi sentivo spesso frustrato perché non ricevevamo idee utili e consigli dal mondo accademico. Era come se il mondo dei professori e il mondo dei manager come me fossero molto, molto distanti. Ho quindi deciso di fare domanda per un dottorato di ricerca per diventare professore, in modo da ridurre questo gap tra l’accademia e l’industria», racconta Chesbrough sul suo blog per Forbes.

Insegna all’Harvard Business School dal 1997 al 2003, prima di trasferirsi a Berkeley, dove tuttora insegna. Proprio nel 2003 pubblica Open Innovation: The New Imperative for Creating and Profiting from Technology, un saggio in cui sottolinea come sia finita l’era dell’innovazione ‘chiusa’, modello dominante nei reparti di R&S delle corporation americane. Verso la fine del XX secolo, il paradigma comincia a non funzionare più. L’innovazione diventa un terreno troppo rischioso (e costoso) per essere sostenuto dalle sole aziende. Occorre, quindi, uno sforzo comune, ‘aperto’ anche ad altre istanze. La ricerca nelle università, innanzitutto. Ma non solo.

Open Innovation: definizione

La definizione di Open Innovation indicata da Chesbrough nel libro è stata poi adottata, più o meno unanimemente, come fondativa di tutti i percorsi di innovazione ‘aperta’ che si sono susseguiti negli anni (anche se, chiaramente, non sono mancate altre riflessioni sul tema).

«L’innovazione aperta – scrive il professore – è l’utilizzo di afflussi e deflussi mirati di conoscenza che accelerano l’innovazione interna e allo stesso tempo ampliano i mercati per l’uso esterno dell’innovazione».

In questo modello, la conoscenza, la ricerca, le nuove scoperte non vengono solo dai professionisti interni a un’azienda e al suo settore R&S, ma anche dall’esternostartup, atenei, centri di ricerca e così via. I risultati prodotti da questi afflussi e deflussi di conoscenza sono l’accelerazione dell’innovazione interna dell’azienda che in qualche modo indirizza il processo e la creazione di nuovi mercati all’esterno di essa.

Il concetto risulterà più chiaro con due grafici, prodotti dallo stesso Chesbrough in un paper realizzato per la rivista del MIT, Massachusetts Institute of Technology:

L'Open Innovation spiegata in due grafici

Credit: MIT

Nel primo modello, Closed, vediamo che l’azienda pone dei limiti (Boundary) ben precisi ai progetti di ricerca sviluppati. Progetti che vengono poi selezionati e incanalati in una precisa linea di sviluppo, per giungere infine al mercato, concepito come un’entità anch’essa chiusa, unica.

Nel secondo modello, quello dell’Open Innovation, i limiti dell’azienda sono più labili. Qui i progetti di ricerca possono nascere all’interno dell’impresa, ma poi essere sviluppati al di fuori, quando questi non vengono tenuti in considerazione o non vengono implementati in maniera sufficientemente rapida. Oppure, possono nascere fuori dal mondo industriale ed essere poi inglobati in un modello di business ‘tradizionale’. In entrambi i casi, le idee proposte possono essere commercializzate nel mercato di riferimento dell’azienda oppure andare a sviluppare nuovi mercati.

«Da un punto di vista concettuale, si tratta di un approccio all’innovazione più distribuito, più partecipato e meno centralizzato», precisa Chesbrough. L’Open Innovation «si basa sul fatto ormai assodato che la conoscenza utile sia oggi distribuita in maniera vasta: e nessuna azienda, non importa quanto capace o grande essa sia, potrebbe innovare in maniera efficace in proprio».

Closed vs Open Innovation: la prospettiva storica

Quale esigenza ha propiziato la nascita del nuovo modello di innovazione? La risposta arriva dallo stesso Chesbrough, che ha indagato i processi storici che hanno portato alla nascita dell’Open Innovation.

Per decenni, le aziende hanno aderito a una filosofia che possiamo tradurre così: “L’innovazione di successo richiede controllo. Una filosofia che sottintende una premessa: se vuoi che qualcosa venga fatta nella maniera “giusta”, allora devi farla da solo. Per molto tempo questo approccio ha funzionato.

«[Le aziende] hanno fortemente investito nei propri reparti interni di R&S, più dei propri competitor, assumendo gli impiegati migliori e più brillanti. Grazie a questi investimenti, sono state in grado di scoprire le migliori e il maggior numero di idee, che gli hanno consentito di arrivare prima sul mercato. E questo ha permesso loro di raccogliere buona parte dei profitti, che proteggevano grazie al controllo aggressivo della proprietà Intellettuale».

I profitti sono stati poi reinvestiti in ulteriori ricerche, portando a nuove scoperte e così via. Si trattava di un “ciclo virtuoso”, sottolinea Chesbrough. E fa l’esempio di Thomas Edison: il fonografo e la lampadina elettrica sono prodotti del Global Research Center di New York, un centro di ricerca completamente finanziato e diretto da General Electric.

Cosa ha portato al cambiamento di paradigma alla fine del 20esimo secolo? Una serie di fattori. Innanzitutto, sostiene Chesbrough, «la forte crescita di numero e mobilità dei lavoratori della conoscenza, il che ha reso sempre più difficile per le aziende controllare idee e competenze. Un altro importante fattore è stata l’accresciuta disponibilità di capitale di ventura privato, il che ha aiutato a finanziare le nuove imprese e i loro sforzi di commercializzare le idee che finivano fuori dai laboratori di ricerca delle corporation».

Da quel momento in poi, quindi, scienziati e ingegneri che avevano un’idea potenzialmente disruptive potevano fare affidamento su più opzioni per portarla sul mercato. Senza affidarsi necessariamente alle grosse aziende del settore. Una delle strade principali per commercializzare i prodotti innovativi è diventata quindi la creazione di startup.

«Nel nuovo modello dell’Open Innovation, le aziende commercializzano idee esterne (così come quelle interne) sviluppando percorsi di commercializzazione all’esterno (così come in-house)», conclude Chesbrough.

​In questo modo, le grandi aziende non sono più le uniche ‘proprietarie’ delle nuove invenzioni e dei loro profitti. Non hanno più la possibilità di tutelare la loro proprietà intellettuale attraverso brevetti e licenze. Eppure, il nuovo modello è potenzialmente più remunerativo, perché può ridurre i costi che portano all’innovazione, accelera il Time To Market, incrementa la differenziazione del mercato e crea nuove possibilità di profitto.

Lucent Technologies vs Cisco: due esempi di innovazione a confronto

Per rendere ancora più chiaro il suo punto di vista, Chesbrough fa l’esempio di Lucent Technologies, azienda multinazionale di Tlc, con sede nel New Jersey. Fondata nel 1996, ha ereditato buona parte dei Bell Laboratories, storico e rinomato centro di ricerca di AT&T, dopo la separazione da quest’ultima.

«Nel 20esimo secolo, i Bell Labs erano probabilmente la punta di diamante tra i centri di ricerca industriali e sarebbero dovuti diventare un’arma strategica decisiva per Lucent nel mercato delle apparecchiature per le telecomunicazioni. Eppure, le cose andarono in maniera diversa».

Il ricercatore contrappone il modello Closed dei Bell Labs con quello open di Cisco System, azienda che «non aveva alcun reparto che potesse anche lontanamente somigliare alle capacità di R&S dei Bell Labs. Eppure, in qualche modo, è stata in grado di rimanere sempre un passo in avanti a Lucent».

​Oggi Lucent non esiste più: fusa con Alcatel nel 2006, è stata poi acquisita in Nokia lo scorso anno. La differenza tra le due aziende? Il modello di innovazione. Se Lucent impiegava enormi risorse interne per testare nuovi materiali ed esplorare componenti e sistemi all’avanguardia, Cisco acquisiva all’esterno le nuove tecnologie di cui aveva bisogno, diventando partner o investendo in startup promettenti.

Open Innovation: quali modalità?

Quella adottata da Cisco è solo una delle possibili strategie di Open Innovation. Le grandi corporation evolvono e sviluppano prodotti all’avanguardia acquisendo le tecnologie innovative implementate dalle startup. Ma l’elenco è lungo e sempre aperto a nuove possibilità. Vediamone alcune, senza la pretesa dell’esaustività:

  • Collaborazioni con i centri di ricerca universitari e gli atenei, che sfornano continuamente idee potenzialmente disruptive;
  • Accordi inter-aziendali, quando una grande impresa commissiona a un’altra specifici progetti di ricerca;
  • Strategie di crowdsourcing, quando cioè le aziende si affidano a un gran numero di persone (crowd = folla), in genere attraverso il web, per raccogliere idee e progetti innovativi;
  • Bandi di gara, hackaton, startup competition. Qui, le imprese consolidate possono offrire possibilità di finanziamento, mentoring e programmi di sviluppo per attrarre talenti, programmatori e startup con nuove idee;
  • Iniziative ‘Open Source’, durante le quali le aziende lasciano agli sviluppatori esterni la possibilità di accedere al codice sorgente di un determinato software, per apportare eventualmente modifiche e innovazioni.

 

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